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Claudio Costa
01.05.2002
di Redazione
Fuga verso il mito. In moto, ovviamente. «Bisogna tornare alle origini del mito, perché il mondo delle favole e degli eroi funzionava, premiava l'individuo e l'istinto. E per farlo bisogna salire su una motocicletta». Parla il medico dei piloti, Claudio Costa, colui che rimette in sella Max Biaggi, Valentino Rossi e Loris Capirossi quando cadono. E che delle due ruote ha fatto la sua vita e la sua filosofia. La moto è l'unico mezzo di trasporto che faccia davvero perdere la testa a chi guida. Un automobilista è semplicemente una persona che si sposta a bordo di un'auto. Un pilota d'aeroplano è un taxista del cielo. Un motociclista invece è un motociclista. Sembra una banalità, non lo è. Prova ne sia che alla richiesta di una spiegazione, nel tentativo di capirci qualcosa, gli interessati (ovvero i motociclisti) rispondono: «Se non provi non puoi capire». Una casta, quella dei motociclisti. Gente che, come disse una volta il Campione del Mondo Carletto Ubbiali, vive di moto. Gente che forse appartiene a un altro mondo, parallelo, fatto di strade da percorrere e di libertà. Un mondo antico, che di moderno ha solo i cavalli vapore e l'acciaio di questi purosangue a due ruote. Qualcosa che ha a che fare con il mito del centauro, creatura metà uomo e metà cavallo, felice per riassumere in un corpo una doppia anima, umana e animale. Un po' come il sol corpo e i due cuori del motociclista sulla sua moto. Due cuori, perché la moto è viva, pulsante, come un'amica, una compagna di viaggio. Se questi vi sembrano discorsi strani, se pensate che una moto sia solo un pezzo raffinato di metallo, dovreste sentire cosa dice un uomo che della moto, e degli uomini che su di essa corrono, ha fatto la sua vita: Claudio Costa. Lui, che di miti si nutre, a modo suo è un piccolo mito per la grande famiglia del motociclismo. Perché il dottor Costa è il medico che da trent'anni rimette in sella i piloti quando cadono e si feriscono. «La moto è la parte animale dell'antico centauro. E' la ricerca di una, cento risposte», dice. Domanda. Non è tecnologia, non è metallo freddo? Risposta. La moto prima di tutto è un sentimento, un modo per tornare all'origine dell'uomo. Rappresenta la parte più istintuale dell'essere umano. Per questo è così diversa dal mondo di oggi, per questo rappresenta quasi una fuga. La moto è un mondo talmente più bello di quello di oggi che chi la sposa, chi monta in sella, ha come unico avversario il vento. D. Probabilmente perché, proprio per la sua natura, la moto rappresenta il viaggio, l'allontanamento. R. Io direi di più, rappresenta la fuga. Una fuga che diventerà indispensabile per tutti, perché è una fuga da una ragione strumentale, dalla tecnologia, che dando un'apparente libertà nella scelta dei ruoli deruba invece l'uomo di tutto ciò che ha. E per tutto intendo la sua vita privata, dominata dalla televisione e dalla pubblicità e di conseguenza da una rappresentazione del mondo che non è soltanto illusoria e artificiale ma anche univoca: non c'è alternativa. La prigione è sempre diversa ma sempre uguale a se stessa. L'apparato strumentale, l'informazione, ha eliminato tutti gli altri mondi: la mitologia, l'interiorità, l'ideologia, l'etica, la natura. D. Il motociclista come si salva dalla prigione? R. Il motociclista è l'unico che intuisce che c'è un altro mondo, e con la moto parte alla sua conquista, con la moto scappa da ciò che gli viene contrabbandato come l'unico e vero mondo, quello in cui vive. Ecco perché i motociclisti sono spesso considerati dei diversi: nel mondo di oggi chi esprime la propria individualità è considerto un folle. Ma chi non lo fa si rassegna all'insignificanza. D. Insomma, la moto è una sorta di traghetto per tornare al mondo del mito, quello che ha cullato l'uomo fino all'avvento della tecnologia. R. Certo, perché con la moto si recuperano i valori dell'uomo, l'identità, l'ideologia, e in particolare i sentimenti. La moto consente di scoprire gli dei che abitano dentro l'essere umano, di riscoprire la bellezza. E la bellezza più grande della moto è la sua ambivalenza: è bella perché è tragica. Quando hai riconquistato la tua liberta, la tua identità, quando hai capito che dentro di te esistono cose importanti come i sentimenti, quando sei scappato dal mondo artificiale che ti viene propinato, la moto, questa creatura che ti ha permesso di cambiare e di crescere, potrebbe ucciderti. D. E' tremendo pensare che la riconquista della libertà debba passare attraverso qualcosa di tragico. R. Ma la tragedia è in qualche modo la cosa più bella che esista su questa terra. E solo acquistando questa condizione tremendamente ambivalente l'uomo può dire che la vita vale la pena di essere vissuta. D. Quanto ha detto vale per tutti o solo per i piloti, che con il rischio hannoa che fare tutti i giorni? R. I piloti sono l'estremo, sono i motociclisti con la M maiuscola. Quando tira giù la visiera, un pilota abbandona completamente il mondo fatto di pene e falsità. Si libera dalle catene che imprigionano noi tutti servitori delle macchine. Il pilota, pur avendo a che fare con una macchina, ovvero una moto, non è suo schiavo, ma la sfrutta per andare in un mondo migliore. Chi va in moto riconquista la tragedia della vita, abbandona le nebbie illusorie dell'onnipotenza. Si riappropria della propria vulnerabilità, e per questo si infila il casco: per proteggersi, perché è conscio della sua fragilità, del suo essere sublimamente umano. D. Quando un pilota conosce la sofferenza riesce a darle un significato? R. Certo che ci riesce, perché la sofferenza è una cosa che fa parte del gioco. Invece, chi si crede invulnerabile e si vede privato di un dito vorrebbe morire. Alex Zanardi, anche lui pilota ma di auto, mi ha detto che la ferita, la menomazione, è una finestra con cui guardare con occhi nuovi il mondo, con cui avere uno sguardo privilegiato. Questo è all'opposto del dolore e della sofferenza, questo è dare un significato al dolore, una cosa immensa e tragica. Non a caso i piloti diventano perfino amici delle proprie ferite, tanto più quanto esse sono gravi: ecco Zanardi che cammina con gambe di metallo, ecco Wayne Rainey che ha gli occhi felici pur sulla sedia a rotelle. E tutto questo avviene solo grazie a lei, la motocicletta.